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A tu per tu con Marc Sadler: designer di Fireman x Karman

Scritto da Camilla Rossi | Pubblicato il 26 novembre 2021

Nativo austriaco con origini francesi, Marc Sadler ha maturato nel corso degli anni un’esperienza decennale nel mondo del lighting design, distinguendosi per il suo eclettismo e per l’innata creatività. Sadler crede che dalla contaminazione tra tecnologie possano nascere soluzioni di grande impatto estetico e dalle qualità tecnico-funzionali distintive.

Il designer ci parla, dal suo punto di vista, del design e di come è cambiato nel tempo spiegando anche qual è la sua visione e com’è maturata nel corso della sua carriera. 

  1. Qual è la tua definizione di design di qualità (o design scadente)?
  2. Quale singolo aspetto del tuo lavoro apprezzi di più?
  3. Qual è il tuo materiale preferito con cui lavorare?
  4. Qual è la particolarità di Fireman?
  5. Che ruolo gioca la sostenibilità per il tuo lavoro?
  6. Hai una routine giornaliera?
  7. Immagina di non avere a che fare con il design… cosa faresti invece?
  8. Lavori nel settore da anni. Cosa è cambiato nel design da quando hai iniziato ad oggi?
  9. Quali consigli daresti a uno studente desideroso di intraprendere la tua carriera?

 

 

1. Qual è la tua definizione di design di qualità (o design scadente)?

“Partiamo dal dire che quando sento affermare che la tal cosa è “di design” mi viene un attacco di orticaria perché di solito la parola è associata ad un certo aspetto formale, normalmente il trend stilistico in voga in quel momento.

È da questo significato che prendo le distanze, non dalla parola in sé che implica invece tanto altro.

Ciò detto ci sono cose del passato che mi piacciono e altrettante di oggi, è la qualità e la cultura di progetto che, come dice la parola stessa, distingue il design di qualità da quello scadente.

Stilismo ed estetismo sono qualità importanti quando sono associate ad un prodotto industriale disegnato bene, che funziona bene facendo quello per cui è stato concepito. 

Per me questo è il buon design, ma non sempre ci si riesce.”

 

 

2. Quale singolo aspetto del tuo lavoro apprezzi di più?

“Non essendo un giovane designer, vanto un’esperienza professionale consolidata. Quando l’industria era in pieno boom e il design rappresentava la poetica dell’estetica applicata alla produzione industriale, il designer era più libero: le logiche commerciali erano meno riduttive così come le politiche di marketing. 

Gli imprenditori illuminati decidevano rischiando in proprio in base al proprio intuito e alla fiducia riposta in un professionista dell’estetica industriale. 

Oggi la nostra possibilità di intervenire significativamente sul processo creativo di un prodotto industriale è limitata, ma noi siamo comunque tenuti a fornire le risposte più giuste alle necessità dell’azienda con cui collaboriamo; questa sfida è per me ancora, dopo tanti anni, un aspetto coinvolgente e spronante del mio lavoro.”

 

 

3. Qual è il tuo materiale preferito con cui lavorare?

“Da giovane studente ero incuriosito dal mondo dei polimeri, tanto che nel 1968 è stato materia di studio della mia tesi di laurea.

Oggi parlare di plastica ha una connotazione negativa per via del suo impatto sull’ambiente, ma gli oggetti in plastica fanno parte del nostro quotidiano, con vantaggi e benefici innegabili. 

Ciò detto non ho preferenze particolari rispetto ai materiali, nella mia carriera ne ho visti e “lavorati” molti, una conoscenza che è stata per certi versi una carta in più, per altri una zavorra che ha influito su alcune committenze: vengo etichettato come un tecnico, e spesso chi si rivolge a me lo fa perché ha una richiesta di questo tipo e sa che potrà dialogare con me su questo terreno.”

 

 

4. Qual è la particolarità di Fireman?

La particolarità di Fireman è quella di esprimere un design “fuori dal coro” e trasversale, in un prodotto studiato per rispondere ad esigenze illuminotecniche diversificate e sviluppato con soluzioni tecnico-funzionali di comprovata capacità.”

 

 

5. Che ruolo gioca la sostenibilità per il tuo lavoro?

“Il senso di fragilità diffusa che ci ha regalato il Covid ha modificato le nostre percezioni e le nostre priorità e, speriamo, implementerà il senso di responsabilità verso il pianeta, con scelte ed azioni personali più attente; il ruolo del designer dovrà necessariamente adattarsi alle nuove esigenze sociali

Se dal punto di vista progettuale sono anni che sentiamo parlare di sostenibilità senza che nei brief di progetto sia mai stata davvero conditio sine qua non, da ora in poi potrebbe diventarne una condizione imprescindibile, così da modificare davvero le cose: una nuova rivoluzione copernicana difficile da mettere in atto ma non più rimandabile.”

 

 

6. Hai una routine giornaliera?

“Prima del Covid viaggiavo molto mentre oggi molto meno, ma c’è da augurarsi sia possibile riprendere le vecchie abitudini al più presto. 

I web meeting sono utili ma non possono sostituire il lavoro a diretto contatto con le aziende, intese come le persone che a vario titolo e posizione le costituiscono. 

È questo un aspetto determinante nel mio lavoro nel senso che mi permette di assimilare rapidamente informazioni, punti di forza e di debolezza, aspettative e quant’altro, tutti dati che diversamente faccio fatica ad acquisire, con il rischio di sbagliare la risposta.

Oggi passo più tempo in studio, situato in un'area ex industriale piena di verde riconvertita in spazi abitativi e showroom: per essere Milano mi sento privilegiato dall’avere casa nel verde e bottega a pochi passi. 

La costrizione a vivere più a fondo anche la dimensione domestica ha rappresentato uno stimolo alla mia creatività: l’uso intensivo di una grande quantità di cose, mobili, elettrodomestici, strumenti, mi ha reso sperimentatore più critico di ciò che in altre fasi della vita ho acquistato (o anche progettato) con una visione meno direttamente coinvolta: una gran lezione!”

 

 

7. Immagina di non avere a che fare con il design… cosa faresti invece?

“Sognavo di essere un chirurgo, ma è pur vero che sin da bambino ero appassionato di disegno e la mia professione di oggi ne è la logica conseguenza.”

 

 

8. Lavori nel settore da anni. Cosa è cambiato nel design da quando hai iniziato ad oggi?

“Nel secondo dopoguerra la rinascita civile e industriale alimentava la spinta ai consumi. C’era bisogno di tante cose che l’industria doveva produrre, ma proprio come reazione alle privazioni della guerra c’era anche spazio per l’effimero. 

I progettisti erano stimolati da una richiesta costante di prodotti e di soluzioni, e senza i grossi problemi della moderna progettazione industriale: il costo, la globalizzazione, la saturazione del mercato, l’imperativo della sostenibilità. 

70 anni fa i titolari o i gestori di aziende, con una forte volontà imprenditoriale e una certa propensione al rischio, affidavano ai designer lo sviluppo di progetti senza entrare troppo nel merito delle loro proposte. 

Il successo dava o meno ragione al designer e all’imprenditore che gli aveva dato fiducia. Tutto questo ha prodotto una tradizione sconfinata in termini di uomini e di risultati.

Oggi, il ruolo del designer è sacrificato tra confini più stretti che rendono il nostro intervento spesso di facciata: c’è il mercato saturo, c’è il marketing che stabilisce che cosa bisogna fare,  c’è l’imprenditore designer mancato che sa tutto. 

Non c’è dubbio che la professione sia un po’ in crisi e che il ruolo del designer debba esprimere una nuova forza, cosa non certo facile soprattutto per i giovani designer. 

Io, che nel dopoguerra sono nato, sto nella terra di mezzo: non ho fatto in tempo a condividere professionalmente l’epoca dei grandi maestri mentre oggi mi ritrovo diversamente giovane in un mondo di colleghi che potrebbero essere figli e nipoti.”

 

 

9. Quali consigli daresti a uno studente desideroso di intraprendere la tua carriera?

Studiare studiare studiare. Conoscere la storia del design, i grandi progettisti del passato e del presente e il perché della loro grandezza, conoscere le tecniche industriali ma anche artigianali, essere degli instancabili curiosi. 

Il design è davvero tutto, dalla sedia all'aratro, alla valvola cardiaca, e non c’è limite alla possibilità di creare oggetti belli e funzionali, e oggigiorno sostenibili sotto l'aspetto economico e ambientale. 

Da questo punto di vista molti dei nostri prodotti sono obsoleti e un bravo designer del futuro dovrà essere capace di dare risposte nuove, senza dimenticare cosa è stato fatto sino ad oggi.”

 

 

Fireman by Marc Sadler x Karman: performance e stile danno vita ad una soluzione dal design unico

Marc Sadler è convinto che non esista ostacolo per la creatività e che sia quindi possibile progettare soluzioni di lighting design capaci di fondere estetica e funzionalità in una formula bilanciata.

Fireman è la prova concreta di questa equazione: design minimal ed evocativo e qualità illumino-tecniche ottimali.